Ho scritto la prima versione di STORYMAX nel 2009. Non perché volessi costruire un sistema — non era nelle mie intenzioni. L'ho fatto perché continuavo a perdermi. Avevo idee che non riuscivano a diventare storie. Avevo storie che non riuscivano a diventare sceneggiature. E avevo sceneggiature che, a rileggerle, non sapevo dire cosa non andasse. Una situazione brillante, per uno che insegna scrittura.
Così ho cominciato a prendere appunti. Ho letto McKee, Field, Snyder, Truby, Vogler e molti altri. Li ho smontati, confrontati, sovrapposti. Ho cercato quello che avevano in comune e quello in cui si contraddicevano. Ho tenuto ciò che funzionava e scartato il resto. Non è stato veloce. Ma alla fine avevo qualcosa che reggeva.
IL PROBLEMA NON È IL METODO. È COME LO USI.
Un martello non costruisce una casa. Lo fa chi lo impugna. La struttura narrativa funziona allo stesso modo: è uno strumento, non un percorso obbligato. Puoi usarla come bussola — la guardi quando non sai dove sei — oppure come catena. La differenza non sta nel metodo. Sta nell'atteggiamento con cui ti avvicini.
Quello che ho imparato, dopo centinaia di soggetti e decine di sceneggiature, è che la libertà vera non è l'assenza di struttura. È sapere così bene come funziona da poterla violare consapevolmente. Rompere una regola per effetto è un'altra cosa che romperla per ignoranza. Una distinzione sottile che, nella pratica, fa tutta la differenza del mondo.
STORYMAX non è una ricetta. È un vocabolario condiviso. Quando lavoro con qualcuno su un progetto, ho bisogno che possiamo parlare la stessa lingua — che quando dico "punto di non ritorno" o "conflitto interno" stiamo parlando della stessa cosa. La metodologia serve a questo: a costruire un terreno comune su cui poi la storia può andare dove vuole.
"Quindi, se ho capito bene, lei ha letto decine di libri, li ha smontati tutti e ha scritto il suo. Non è che stava solo cercando di non ammettere che non aveva capito niente di quel che ha letto?" — Esatto. Si chiama sintesi. È un processo nobilissimo.
Nel 2009 ho cominciato a prendere appunti perché continuavo a perdermi. Oggi uso quegli appunti per aiutare altri a non perdersi. Il che non significa che non mi perda più — significa solo che adesso so riconoscere il momento in cui è successo. E ho una bussola. Che, lo ricordo, non ti dice dove andare. Ti dice solo dove sei.